|
C'č un vecchio paese dove le case si tengon per mano poggiandosi spalla a spalla a volte inarcando i ginocchi in portici brevi dove i tetti disegnano linee spezzate e mandano al rigido cielo grigie serpentine di vita dove castagni querce pioppi incorniciano campi strappati al monte dove il vento spavaldo fa il padrone scolpendo le stagioni. Qui abbiamo vissuto attimi teneri... inconsapevoli (uccelli di nido)... e inverni ovattati (silenzio.) chiassose primavere (profumi.) torride estati (cicale..). E il Sillaro parlottante fedele compagno di giochi ci ha accompagnati alle soglie della consapevolezza e la chiesetta, lassų ci ha segnato una via percorsa dai padri, dove hanno compiuto l'ultimo viaggio. C'e un paese a cui vorresti sempre tornare per ritrovare chi hai ancora in mente per vedere qualcuno che possa ricordarti poi.....per un po'. |
|
|
|
Pierluigi Giovannini
|
||
|
Un sapor strano, che mi pare divino, un fiasco chiuso a foglie, una sporta pesante, e la salita fino a un sentierino. Il fiume con i ranocchi, un ponte dondolante, quattro assi rotte, ginestre a profusione e il mio paese visto da un'altra angolazione. Un galletto che lancia in lontananza il suo grido arrochito, l'abbaiare di un cane, il profilo di un monte e la sua croce che chiude l'infinito. Poi, un sasso spaccato, un gorgoglio, una discesa bianca, uno schizzo... Frinir di cicale. Stormir di fronde, qualche voce lontana: sono contorno al canto di quell'acqua che tutt'intorno sparge e bagna. "Aqua zuifaneina", antica sorgente, dove mio padre andava a bere e mio nonno a sua volta; acqua, che hai visto la nostra gente passare gli anni e ora sai d'abbandono... Ma ancora il tuo sapore č un dono, tu, che sempre consumi il sasso con fervore, non č divino il sapore, questo č amore. |
|
|
|
|
||
|
Solitaria e sicura ti ergi sul colle, sentinella di antichi borghi disseminati ai tuoi fianchi. In scura livrea il fedele cipresso ti contende l'altezza, parlotta quando si alza la brezza della sera e gli accarezza le cime raccontando una storia lunga di secoli. Ai suoi piedi le ginestre messe il vestito d'estate spargono fragranze divine si pavoneggiano bisbigliano piano: -Chissā chi crede di essere! Sė il pių alto č lui... ma č vecchio e decrepito! Se non ci fossimo noi! Intanto dalle crepe del muro un grillo, in frac, incurante delle dicerie batte frenetico la bacchetta ansioso di dare inizio al concerto. In alto, curiose le stelle tutte assente la luna occhieggiando, stanno a guardare all'ingių. |
|
|
|
|
||